Il Ciclo della Vita

Pelle di piombo

… Essere nel corpo e insieme vederlo dall’esterno come se l’aria fosse uno specchio che circonda continuamente… (A. Lugli).

Calchi, impronte, pelle, acqua, metalli, sono i temi e i materiali che danno vita all’ opera di Francesco Schiavulli per la Facoltà di Medicina dell’Università di Bari.

Ancora una volta è il corpo a essere protagonista, un corpo qui frammentato, disperso, consumato dalla malattia e dall’inesorabilità del tempo. Ma, se da una parte c’è l’uomo con il suo decadimento fisico, dall’altra c’è la medicina, la scienza, che lucidamente sfida la natura nella speranza della salvezza contro la morte.

Quattro grandi lastre metalliche costituiscono la scena dell’azione, come grandi video che raccontano i simboli della vita e della speranza scientifica. Le superfici di supporto hanno il colore naturale della materia, colore in continua trasformazione con il rogredire
del tempo: ferro-ruggine; acciaio-mobilità specchiante. Ricordi della minimal art, ma qui carichi di simbolismo. La trasformazione del corpo, il decadimento fisico: materia ruvida e opaca, il ferro, la ruggine, l’impercettibile goccia d’acqua che lentamente scende sul ferro quasi a segnare il tempo come un inesorabile metronomo. La lucida  ricerca scientifica, l’insegnamento e la formazione: l’acciaio, materia liscia, lucida, riflettente e specchiante.

Superfici, la superficie del corpo è la pelle. La pelle parla del nostro stato fisico: la sua qualità, il suo spessore, la sua opacità, il suo colore sono i primi, immediati indici dello scorrere del tempo sul nostro corpo.

L’opera prende vita, una pelle scura, bluastra, cangiante, cinerea, dà forma a pezzi di corpo sparsi, le mani, l’ombelico, il cervello.

La pelle è piombo. Il piombo, materiale duttile, in continua trasformazione dallo stato solido allo stato liquido, dal colore instabile e variegato, cinereo, opaco, pesante e leggero, insolitamente qui usato per i calchi. Materiale da sempre associato all’idea di morte,cadavere, vecchiaia, materiale saturnino per eccellenza legato all’umore malinconico, esso possiede tutte le qualità dell’opus alchemico. Dalla nigredo del primo stadio materico si trasforma nell’immaterialità liquida o polverosa.
Metafora dell’intero processo della creazione artistica: dal mondo vegetale, animale e minerale, dalla triturazione delle piante e dei fiori, delle terre e delle rocce, dal mollusco della conchiglia hanno origine i colori che daranno vita all’immagine artistica, alla pittura della tradizione preindustriale. Quale più grande opus alchemico se non tutta la storia dell’ arte nelle sue opere che nascono dalla trasformazione della bruta materia in idee e documenti di storia?

Con il piombo il corpo di Schiavulli è dentro l’opera, pezzi di piombo assemblati, con saldature che tanto assomigliano a cicatrici, ricostruiscono i calchi delle sue mani, delle sue membra, del suo ombelico.

Già l’ombelico e la sua alchimia. Antichi i suoi simbolismi, il potere meditativo della sua contemplazione per i monaci del Monte Athos, le credenze ben auguranti nel seppellimento del cordone ombelicale, il valore inconscio e psichico nel rapporto madre figlio, la sua utilità, oggi, per la cura di importanti malattie.

Il calco e l’impronta non sono nuovi nella storia dell’arte, ma è tra gli artisti del novecento che più frequentemente compaiono. L’artista lascia sempre la sua traccia nell’opera, ma sempre avverte l’esigenza di essere fisicamente dentro l’opera, il corpo non ha solo una forma tridimensionale da raffigurare. Può vivere illusoriamente ancora nell’opera, lasciando o la traccia del proprio peso, o la configurazione impressa di alcune parti di esso … E’ proprio questo lavoro sotterraneo, da dentro il corpo, di mimesi perfetta a trasportare l’artista nell’opera. E chi osserva può sperimentare una dimensione ulteriore, quella della rappresentazione di chi è dentro un corpo .. .. (A. Lugli).

Il corpo dall’interno è sulla superficie dell’opera, Schiavulli si copre di pezzi di piombo, lascia su di essi i segni della sua pelle e del suo corpo, li ricuce, quasi ricomponendo le sofferenze della creazione, dando luogo a immagini di grande fisicità e grande impatto emotivo.

Perfino i libri infilzati sulla lastra di acciaio, quei libri che tanto parlano di lunghi e faticosi studi sono rivestiti di pelle di piombo. Dentro ci sono libri veri e forse in futuro, quando per sventura qualcuno li romperà, troverà anche lì un pezzo di Schiavulli, un suo pensiero scritto nascosto, da scoprire se capiterà.

Ma che legame c’è tra l’oggetto libro e la pelle? Il libro contiene idee, pensieri che,una volta assimilati, diventeranno parte integrante del nostro essere, le pagine scritte entrano in simbiosi e in contatto fisico con noi stessi; sfogliate, piegate, macchiate, su di essi lasciamo le nostre tracce, le nostre impronte di dolore e di gioia. Libri-pelle e la speranza degli studi. Infine il cervello. Schiavulli lo ha ricostruito pezzo per pezzo con sottili listini di piombo, quasi un omaggio, non solo alla grandi menti della scienza, ma anche ad un maestro dell’arte contemporanea, Jan Fabre, che al cervello ha dedicato tanto del suo pensiero..la quantità di complessità che c’è nella spirale logaritmica è anche la quantità che si ha in un labirinto. Questo è il modo in cui è costruito il cervello … Il cervello è quasi come un pianeta ancora da scoprire …

Cervello organo ponte tra corpo e spirito, materiale e immateriale, luogo del pensiero e dell’immaginazione, zona magica e ancora, in parte, misteriosa … E al mistero della vita Schiavulli dedica quest’opera.

Mirella Casamassima

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Bari – L’opera di Francesco Schiavulli: ‘Il ciclo della vita’ racconta i simboli della vita e della speranza scientifica

A pochi mesi dai suoi “medical-video” durante l’articolato percorso della Mostra multimediale “Verde” alla Sala Murat, l’artista locale Francesco Schiavulli ha fatto donazione alla Facoltà di Medicina e Chirurgia di una propria opera: “Il ciclo della vita” (2008), la quale sarà impiegata come installazione permanente.

Collocata nella prestigiosa aula Magna “G. De Benedictis” farà da contralto al quadro bronzeo “Sala operatoria” dell’artista ungherese Amerigo Tot, di cui il prossimo 27 settembre 2009 ne sarà il centenario della nascita.

Fortemente voluta dal preside della facoltà, il professore Antonio Quaranta, cultore d’arte, il quale può essere assunto come colui il primo a far entrare l’arte in un istituto scientifico.

L’opera, equiparabile a grandi video, sono quattro ampie lastre metalliche che “raccontano i simboli della vita e della speranza scientifica”, come ha spiegato in una lezione accademica la curatrice e critico d’arte, Mirella Casamassima, durante il vernissage svoltosi nella mattinata di sabato.
L’opera dell’artista Schiavulli può essere vista come un canto d’amore, come quell’ olio su tela “Le chant d’amour” di De Chirico, una delle opere fondamentali del XX secolo, con quell’accostamento eteroclito di elementi apparentemente privi di qualsiasi correlazione, stabilendo tra loro un muto dialogo, denso di significato e mistero.

In quel guanto di caucciù rosato inchiodato alla parete di De Chirico ritroviamo il calco della mano installata da Schiavulli forgiata con il piombo, dove il piombo sta a significare la pelle dell’artista, che riconosciamo come prima installazione guardando l’opera in senso orario. Come Justine Colette e Friederike Pezold anche Schiavulli intende il “video” come elemento del corpo umano, così con il piombo il corpo di Schiavulli è dentro l’opera.

Immagina che il corpo sia una terra con cicli, regole di fertilità, stagioni, venti, acque, regioni di forza naturale, con le loro leggi, intrinseca intelligenza, vertice di creazione, coscienza, terra divina. In una oscillazione fra immagine, materia e percezione, in un mistero di religiosa alchimia che precede e prepara la biologia reale pare che la morte biologica sia soltanto riflesso della morte delle forme, sensibili nel corpo, armoniche nell’anima.

Un concetto che Schiavulli da sempre ne ha fatto uso nei suoi lavori, non dimentichi di “Carne” 2002 dove la materia si faceva carne facendo tonare ad affiorare i contorni dell’uomo, le dita che emergono e affondano negli impasti di “carne” e le orecchie che ascoltano e chiedono di essere ascoltate. Le stesse orecchie che ritroviamo anche nel “Ciclo della vita”, un calco a grandezza naturale, collocato sempre nel primo pannello.
Sempre nella parte superiore ritroviamo il calco di un ombelico con i suoi “antichi simbolismi”, come ha spiegato sempre la curatrice Casamassima, “il potere meditativo della sua contemplazione per i monaci del Monte Athos, le credenze ben auguranti nel seppellimento del cordone ombelicale, il valore inconscio e psichico nel rapporto madre figlio, la sua utilità, oggi, per la cura di importanti malattie”.
“Il lavoro deve nascere da una scelta precisa, etica, di fare i conti con i mezzi interni al linguaggio che si usa. La tela diventa un corpo luminoso”,.
Così l’idea del lavoro dell’artista per Marco Nereo Rotelli, e così l’opera di Francesco Schiavulli. Nelle due lastre inferiori ritroviamo, in una la serigrafia di un cervello specchiante, riflesso da altri probabili cervelli.

Un cerchio concentrico e, la spirale si struttura arcana, tramutandosi metaforicamente in una superficie acquorea del pensiero che se sfiorata dal velo del mistero produce volti nascosti, con l’acqua che traduce verso l’alto (sulla prima installazione un circuito idraulico invisibile fa scendere gocce d’acqua) il suo anelito di emozione e di tempo. Il cervello diventa immagine, visione, abbracciando la ragione nel cerchio dell’energia luminosa che sposa la sostanza dei sensi all’assonanza del ricordo e del sogno dove natura e pensiero celebrano un’armonia vittoriosa.

Infine come estuario ritroviamo la lastra con dei libri infilzati, anch’essi rivestiti di pelle di piombo, che andrebbe a racchiudere il cogito ergo sum cartesiano, il più profondo logos del sapiente. Così il tema principale dell’opera diventa quello di una ballata sul tempo, sulle persone che si perdono, su quelle che restano nella nostra coscienza come un grumo irrisolto di dolore e su quelle che si ritrovano con gioia pur in un’altra lingua o in altro paese.

“Ogni vita è quella che deve essere”, scriveva Cesare Pavese.

L’opera di Francesco Schiavulli: “Il ciclo della vita” è un’opera che ci rivela il buio e le nostre zone di paura e, in sostanza, le libertà mai scontate del vivere e del morire.

Anna Furlan