VERSOXVERSO

Perché ogni cosa è importante. Ogni dettaglio.

…Perché ogni cosa è importante. Ogni dettaglio. Solo che non sappiamo perché, non ancora.

Ogni cosa è un autoritratto. Un diario. La storia del tuo consumo di droghe in una ciocca di capelli. Le unghia delle dita. I dettagli di autopsia. Le pareti interne dello stomaco sono un documento. I calli sulle mani rivelano tutti i tuoi segreti. I denti ti tradiscono. L’accento. Le rughe intorno alla bocca e agli occhi. Ogni cosa che fai rivela la tua mano…il compito di un artista è quello di prestare attenzione, raccogliere, organizzare, archiviare, preservare e infine stendere il resoconto. Documentare. Preparare la presentazione. Il compito di un artista è non dimenticare. (C.Palahniuk, Diary)

Nell’era della possibile clonazione e dei replicanti robot, prodotti dalla ricerca scientifica e dalla tecnologia, Francesco Schiavulli ci propone strani “cloni”, strani esseri, “macchine” a funzionamento lento, che ci offrono sensazioni ed emozioni a lungo e da tempo dimenticate e alle quali gli umani attuali poco o quasi niente si bbandonano.

Macchine celibi.
Materiali poveri, legni scarni, naturali, senza nessuna alterazione nemmeno cromatica, con corde e motorini: strutture a lungo studiate, disegnate, realizzate in modellini a scala ridotta e poi, pezzo per pezzo, costruite in dimensioni umane. “Producono” carezze, lacrime, pelle d’oca, rossori di volti all’ingiù, percezioni di un mondo al contrario, ritorni anche a scomode posizioni fetali, intuizioni di ombre inconsce attraverso voci che ci riportano alla nudità dell’anima. Se la modernità liquida informatizzata scandisce il nostro vivere e la nostra comunicazione sulla connessione e disconnessione, con flessibilità e mobilità, con ingressi e uscite a colpi di password e nickname, se l’uso dei sensi va verso la paralisi, privilegiando solo la vista nell’immaginario della bidimensionalità virtuale, Schiavulli propone il recupero delle emozionalità in estinzione e lo fa, usando “altre macchine”, diverse da quelle dello sviluppo tecnologico ed industriale, più semplici ed elementari, ma alternative. VERSOXVERSO è un modo per invertire il punto di vista, l’orizzonte, lo pazio, il senso della vita.

Il disegno.
…Io ero un grande disegnatore, un ritrattista. C’è stato un momento però in cui ho mollato la tavolozza, il colore e il pennello…(F. Schiavulli). L’idea della forma nasce da ripetuti e svariati disegni; la linea parte da elementi primari ed elementari, orizzontali, verticali, oblique e curve, per sviluppare strutture dall’aspetto solo apparentemente minimalista. Anche il materiale, lasciato alla sua texture e al suo colore originaro, può trarre in inganno. Altri elementi, infatti, dalle connotazioni simboliche e letterarie, si aggiungono alle forme primarie: rotelle, motorini, forme di mani, cordicelle, registratori o vegetali nascosti, trasformano le strutture in strani“umani” che invitano il fruitore a entrare nell’opera e a “sentire” tutto ciò che ha dimenticato: il rimosso, il sé più profondo, le paure, le lacrime, il gioco, le emozioni. Pertanto non si tratta di sculture: esse non sono fruibili dal punto di vista della bellezza della forma e non vivono senza l’interazione con il pubblico che con esse sperimenterà la funzione conoscitiva dell’arte. La componente performativa diventa importante, ma non teatrale, non spettacolare, perché giocata su unrigoroso percorso mentale di percezioni primarie.

Duchamp, Kantor, Pascali, Beuys, Nauman.

A Schiavulli piace il cappello di feltro di Beuys…ma, in realtà, di lui ama il messaggio mentale, l’idea della funzione terapeutica e trasformatrice dell’arte, della sua possibilità di incunearsi in tutti i campi del sociale, del politico, dell’economia, della natura, del territorio, della città, e il suo aspetto sciamanico di liberazione da schemi e modelli precostituiti, il suo essere materia rigeneratrice di energia, il suo processo di riduzione verso movimenti interiori entropici.

Duchamp, Kantor, Pascali, Beuys, Bruce Nauman, sono nomi cari all’artista, perché in essi, per dirla con Louise Bourgeois …Art is the garantee of sanity.

A ritroso
…C’era uno scoglio a Torre a Mare, sul quale, quando ero piccolo, mi rifugiavo, era uno scoglio obliquo, che si stagliava a picco sul mare; io mi adagiavo su esso, i piedi per aria aggrappati a uno sperone di roccia, la testa in giù, e guardavo. Guardavo il mare, il cielo, e li vedevo capovolti, il mare al posto del cielo e il cielo che si faceva mare. E mentre il sangue mi saliva alla testa, la mente si apriva ad orizzonti diversi, in silenzio, senza parlare. Stavo così per ore, ascoltando il rumore delle onde, facendomi penetrare dagli odori…(F. Schiavulli).

Ripercorrere le fantasie dell’infanzia, seguire strade all’indietro, capovolte, rivoltate, stravolte. Tornare mentalmente nella progettazione analitica, ai duri esercizi di danza, alle sue regole ferree che imponevano serie geometrie del corpo, quando Schiavulli era un giovane ballerino classico…grazie a te danza ispiratrice della mia anima….

Tutto in un moderno “à rebours” con il distacco e il silenzio dell’artista, osservatore e indagatore dell’“altro”.

Il corpo.
Dai ritratti dipinti al Misuratore di orecchie, le opere di Schiavulli parlano di materia. Qui tutto è materia, a partire dal corpo del pubblico, materia vivente, che fa agire la macchina.

L’opera qui esiste non per qualcuno, ma solo in presenza di qualcuno. Come Kantor…lo spazio della vita dimora accanto a quello dell’arte, insieme e a vicenda, confondendosi e compenetrandosi, condividendo un destino comune…

Capovolgere, sconvolgere, travolgere, avvolgere, rivolgere, non è un gioco di parole : capovolgere il corpo e

avere altre dimensioni e altri punti di vista contro la gravità; sconvolgere la circolazione sanguigna nvertendone il senso; travolgere gli schemi e i condizionamenti lasciandosi andare alle lacrime, alla paura, al piacere; rivolgere, curare, prendersi cura, accarezzare come gesto primario e materno. Una volta che il corpo consuma gli accumuli emotivi e si decondiziona dagli automatismi comportamentali, libera energie soffocate e può meglio rappresentare la reale condizione del momento…Io costruisco la commozione. (T. Kantor) Le macchine di Schiavulli si prendono cura degli umani: entrando in esse ci sentiamo come nel tunnel della risonanza magnetica, vivisezionati, scandagliati nell’interno, ma sicuri che l’esperienza è terapeutica. Ci entiamo accarezzati e seguiti, la macchina si prende cura di noi, ci capovolge, ci travolge, ci sconvolge, ci divide, ci avvolge nell’aura di un’altra dimensione, di un’altra atmosfera dove possiamo ritrovare e incontrare il nostro io.

La città.
Alla macchina “Il ventaglio”, come dice Hamid nel video, sono state messe le scarpe e così cammina per la città, circola nel traffico, tra la gente, per le strade, tra gli automatismi e le tecnologie del quotidiano,“macchina con le scarpe” diversa dalle altre, macchine-auto, che oggi sono per noi quasi delle protesi e delle protuberanze necessarie e indispensabili. Su di essa il corpo si piega in due, il volto verso il basso, le gambe verso l’alto, la sua struttura quasi va a sostituire la spina dorsale costringendola a piegarsi e.. il “punto di vista” si capovolge. La sua diversità si intreccia con le altre culture che vivono nella città commerciale e moderna, dialoga con esse, diventa quasi simbolo della interazione e della convivenza con gli immigrati. Vive nella loro piccola “isola” a ridosso della città degli affari, scopre mondi diversi, comunica con loro, in una Bari incolore, grigia e piovosa che appare indifferente, anestetizzata, come impermeabile ai sogni, opacizzata dai conflitti, in cui l’arte passa e non penetra, l’arte resta solo sulla superficie della pelle senza ancora riuscire ad entrare nei suoi pori, l’arte qui non è umida e ancora non scuote i luoghi più reconditi della sensibilità. Perciò, forse, Schiavulli ritorna al mare, a quello scoglio che gli ha parlato, da bambino, del suo occhio diverso, della sua capacità di rendere visibile l’invisibile e che lo ha condotto, prima verso il teatro e la danza, poi verso le arti visive.

Il luogo della mostra.
Abbiamo cercato uno spazio espositivo che non fosse separato dalla vita e dai meccanismi produttivi della città. Crediamo nell’importanza storica, culturale dei manufatti della cosiddetta archeologia industriale e in tutte quelle strutture architettoniche dismesse e abbandonate che portano dentro le testimonianze di un passato più o meno recente. Crediamo nel loro riutilizzo e valorizzazione per la promozione dell’arte contemporanea,come del resto è stato fatto altrove, dagli esempi inglesi della ex Centrale elettrica – Tate Modern a quelli italiani della ex Birreria Peroni-Macro di Roma, del Lingotto di Torino e di tanti altri sparsi per il mondo. Per questo abbiamo scelto la ex Manifattura Tabacchi e ringraziamo l’Amministrazione Comunale per la sensibilità dimostrata, fiduciosi che, proprio perché costituisce un bell’esempio di storia architettonica della città, per niente provinciale, possa pulsare di vita non solo commerciale, ma anche e soprattutto di fermenti creativi, artistici e culturali e diventare luogo e centro in cui si possano concentrare e manifestare tutte le energie produttive artistiche, rigenerandolo in un polo di interesse nazionale ed internazionale.

Mirella Casamassima

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